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"Fare cose con le parole"

La chiarezza dei testi normativi secondo la legge 18 giugno 2009, n. 69, art. 3

di Giovanni Acerboni, 12 luglio 2009

 

La legge "Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile" introduce al Capo III della Legge 23 agosto 1988, n. 400, un nuovo articolo, intitolato "Chiarezza dei testi normativi".

Lo cito:

1. Il Governo, nell'ambito delle proprie competenze, provvede a che:
a) ogni norma che sia diretta a sostituire, modificare o abrogare norme vigenti ovvero a stabilire deroghe indichi espressamente le norme sostituite, modificate, abrogate o derogate;

b) ogni rinvio ad altre norme contenuto in disposizioni legislative, nonché in regolamenti, decreti o circolari emanati dalla pubblica amministrazione, contestualmente indichi, in forma integrale o in forma sintetica e di chiara comprensione, il testo ovvero la materia alla quale le disposizioni fanno riferimento o il principio, contenuto nelle norme cui si rinvia, che esse intendono richiamare.

2. Le disposizioni della presente legge in materia di chiarezza dei testi normativi costituiscono princìpi generali per la produzione normativa e non possono essere derogate, modificate o abrogate se non in modo esplicito.

3. Periodicamente, e comunque almeno ogni sette anni, si provvede all'aggiornamento dei codici e dei testi unici con i medesimi criteri e procedure previsti nell'articolo 17-bis adottando, nel corpo del testo aggiornato, le opportune evidenziazioni.

4. La Presidenza del Consiglio dei ministri adotta atti di indirizzo e coordinamento per assicurare che gli interventi normativi incidenti sulle materie oggetto di riordino, mediante l'adozione di codici e di testi unici, siano attuati esclusivamente mediante modifica o integrazione delle disposizioni contenute nei corrispondenti codici e testi unici.

Niente di nuovo: nell'ottobre 2008 l'articolo 25 di un disegno di legge del ministro Angelino Alfano diceva le stesse cose. Interroghiamoci, però, su su chi sia il destinatario di questa chiarezza.

Il cittadino comune? Vediamo. L'esplicitazione più o meno completa dei riferimenti ad altre norme è utile al cittadino solo nel caso in cui una legge aggiunga un nuovo articolo a una legge preesistente o ne modifichi qualche parte, e quando questa modifica vada integrata nel testo della legge preesistente a cura del lettore. Negli altri casi, il cittadino deve capire cosa le legge dice, e questo concetto di chiarezza non lo aiuta. Del resto, non è che, dal punto di vista linguistico, questo articolo sia scritto in un italiano buono, moderno e privo di tante connotazioni del tutto inutili. Qualche esempio:

Insomma, in poche righe, un campionario pressoché completo dei fenomeni linguistici che riducono la chiarezza del testo. È evidente, dunque, che il legislatore non pensava alla chiarezza linguistica, dunque non pensava al cittadino comune.

E veniamo a un altro destinatario: il professionista, cioè un avvocato, un giudice, un funzionario di un'organizzazione pubblica come l'INPS o l'Agenzia delle Entrate, o di un'organizzazione privata, come Confindustria ecc. Il professionista certamente beneficia di questo concetto di chiarezza, perché riesce a ricordare più facilmente cosa dicano le altre leggi, e a reperirle più rapidamente per confrontarle con la nuova e capire cosa è cambiato. Questo concetto di chiarezza, dunque, poiché riguarda la cultura specifica su quello specifico argomento, è pensato per un professionista specializzato.

Vi è però anche un altro professionista, che si dà per scontato che non abbia bisogno di chiarezza: il singolo deputato o senatore. Quando si parla di chiarezza, la si invoca da lui per il cittadino e per il professionista, dando per scontato che per lui le leggi siano chiare perché... le scrive. Dunque si pensa: siccome le scrive, le capisce. Ma il fatto è che la chiarezza di una legge non è solo una questione linguistica, è anche una questione culturale, cioè è una questione che attiene a quanta conoscenza giuridica abbia il lettore.

Da anni si parla di semplificazione legislativa anche e anzi soprattutto a proposito dei processi di riduzione del numero delle leggi, che in Italia è straordinariamente superiore a quello di parecchie altre nazioni, come per esempio la Francia. I Testi Unici sono un esempio di come questo processo vada avanti. Ridurre il numero delle leggi rende più semplice al cittadino destreggiarsi per capire cosa deve fare, ma vi è anche un'altra questione: che rende più facile al legislatore di legiferare. Infatti, molte leggi, soprattutto quelle molto vecchie e molto frequentemente aggiornate e modificate, condizionano parecchio la stesura di nuove leggi, perché una nuova legge deve essere compatibile con le precedenti, finché restano in vigore.

Ecco dunque il dubbio che il destinatario principale di questo tipo di chiarezza siano i deputati e i senatori medesimi. Se così fosse, il re si è denudato da se stesso. Con una certa classe, o per meglio dire, con una certa reticenza (che non equivale certo alla chiarezza). Non è una bella notizia - lo dico da cittadino - sapere che chi fa le leggi è talmente insicuro di quello che fa che si dà una legge per obbligarsi a capire quello che fa. Il rischio per noi è che la giungla delle leggi produca leggi della giungla.


[pubblicato per la prima volta il 12 luglio 2009 nel blog Scrittura professionale, di Giovanni Acerboni. Il blog, edito da Edizioni Master, è rimasto attivo dal 17 gennaio 2008 all'11 ottobre 2009].