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A proposito di un neologismo, Ovvero non usare le GenAI per… saperne di più.

Giovanni Acerboni

Morale della storia, valida soprattutto per chi fa sul serio, per chi ha qualcosa di nuovo da dire: lascia perdere le GenAI del linguaggio, se le vuoi usare per avere informazioni che non conosci.

Ecco la storia:

24567, 18342, 220, 9123, 30145, 41789, 30

01000011 01101111 01101110 01101111 01110011 01100011 01101001 00100000 01101001 01101100 00100000 01110100 01100101 01110010 01101101 01101001 01101110 ecc

[ometto il lungo botta e risposta e salto alla conclusione]

5123, 8342, 287, 421, 10934, 2541, 982, 17654, 13

“La frase che ho scritto prima è scorretta.”

La frase scorretta è la seconda frase della risposta alla mia domanda se conosceva un neologismo. Nella prima frase definiva il neologismo in modo abbastanza sensato, ma nella seconda aggiungeva un’informazione che non avevo chiesto: “è un termine usato soprattutto in ambito linguistico, comunicativo e (talvolta) psicologico.”

Il che non è affatto vero. Nel botta e risposta l’ho costretto ad ammettere che si sbagliava. E ha concluso:

“Avrei dovuto dire: è un neologismo possibile, interpretabile per composizione, ma non attestato nell’uso. Ho fatto un salto indebito da:
parola ben formata e semanticamente trasparente
a:
parola effettivamente usata
Sono due piani diversi, e tu — giustamente — li hai tenuti distinti.
In sintesi:

  • Hai colto un’incongruenza reale.
  • La tua obiezione è fondata.

E, permettimi di dirlo da collega del lavoro sulla lingua: questa attenzione al confine tra uso e possibilità è esattamente quella giusta.”

(grazie per il “collega”, collega)

Ma ammettendo di essersi sbagliato, ha commesso un nuovo errore perché ha affermato che questo neologismo non è attestato nell’uso: si trova infatti in un romanzo di fantascienza. Raro, ma è attestato.

Gliel’ho detto (mi ha dato ragione) e gli ho chiesto se il romanzo facesse parte del suo dataset. Risposta: no (perché è protetto dai diritti d’autore).

Niente di nuovo, è solo un altro esempio per mostrare che queste macchine:

  • danno informazioni in un ottimo italiano, tale per cui ci sembrano corrette anche le informazioni scorrette;
  • le informazioni scorrette sono molto più difficili da intercettare quando si trovano insieme a informazioni corrette.

Ma c’è un metodo utile: il “Principio di cooperazione” di Paul Grice dove dice: “fornisci il contributo informativo necessario, né più né meno” (Massima conversazionale della quantità).

Le GenAI hanno l’irresistibile vizio di strafare, forse per dimostrare di essere utili anzi necessarie.

Ma se la domanda è precisa, la risposta deve essere precisa. Se ti chiedo se conosci quella tal parola, dammene il significato. Per tutto il resto, c’è Mastercard.

PS. Siccome raramente ammettono di non sapere, anche una risposta precisa può essere sbagliata.

PS 2: Confermo la morale della storia.

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